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...QUANDO LA SCUOLA ERA IN CAMPAGNA
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RACCONTO DI UNA MAESTRA ELEMENTARE DI ALTAMURA IN PENSIONE
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L'aula della Scuola di Barbiana in cui don Lorenzo Milani insegnava ai suoi ragazzi
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Mi sono commossa quando, quest’estate, ho visitato la scuola di don Lorenzo Milani, a Barbiana. Quel luogo, fermo nel tempo, fuori dal mondo, sperduto, con la strada stretta e sterrata, ha risvegliato in me un lontanissimo ricordo, mai rimosso, di un anno trascorso come insegnante in campagna.
Estate 2007 Imperia Farella
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| Un anno scuola a Rotondella |
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1.Era il 1966. Avevo ventitre anni. Ero al secondo anno di ruolo nella scuola elementare della provincia di Matera. Come sede definitiva mi era stata assegnata la scuola di “Rotondella – contrada Santa Laura”. Pessima sede rispetto ad Altamura, la mia città. Appresa la notizia, era luglio, con il mio fidanzato (oggi mio marito) ed un’amica, a bordo di una Cinquecento ci recammo a Rotondella percorrendo la Statale Jonica. Il viaggio non fu breve. Superata Policoro, ci internammo sulla Sinnica, la percorremmo per qualche chilometro e poi cominciò la salita per Rotondella. Questo paese, con le sue case, copre solo il cocuzzolo della montagna (circa 600 metri), come un cappello, lasciando libera tutta la fiancata. Percorremmo, girando girando intorno, i fianchi della montagna e finalmente arrivammo a destinazione con lo stomaco in subbuglio.
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2.A scuola ci accolse il segretario al quale chiedemmo le dovute informazioni. La scuola era in campagna, ma lui non aveva le chiavi; la classe era una pluriclasse di venticinque alunni (!) l’elenco ed altri documenti mi sarebbero pervenuti il primo giorno di scuola. Tanti auguri!

Ci indicò sommariamente la strada da percorrere per arrivare a Santa Laura. La strada era degna di un rally: tortuosa, sterrata, gobbuta… Rischiammo di finire in un fosso e di rimanere con le ruote sospese (come poi avvenne in un altro momento dell’anno). Non si arrivava mai. Stravolti ed increduli pensavamo di esserci persi. Ma un contadino, comparso provvidenzialmente, ci indicò il casolare dove c’era la scuola. Il casolare era costruito con le pietre tipiche del posto: i lapilli delle fiumare. Era intonacato solo in parte. Consisteva in un primo piano (l’abitazione dei proprietari) a cui si accedeva da una scala esterna. Al piano terra c’erano, in quest’ordine: la stalla, il porcile, il pollaio, il deposito per le provviste, … la scuola. Ci accolsero il padrone di casa, un vecchio molto malandato, e sua figlia Maria, una ragazza muscolosa ed in salute. Non avendo le chiavi, la scuola ci fu descritta a parole. Consisteva in due stanze comunicanti, una con i banchi, la lavagna, la cattedra, l’altra destinata all’abitazione dell’insegnante, se ne avesse avuto bisogno. Salii su una scala a pioli e dai vetri di una finestra sbirciai l’interno di quella che doveva essere la mia stanza: pavimento in calcestruzzo, una credenza, pareti screpolate, finestre malridotte, una rete da letto. Non c’era traccia del bagno. Mi fu riferito che non c’era né acqua né fogna, però potevo considerarmi “molto fortunata” perché da qualche anno era arrivata la corrente elettrica.I due si mostrarono felici della mia presenza e mi dissero, per consolarmi, che lì sarei stata bene e con loro non mi sarebbe mancato nulla. Nessuno di noi tre aveva il coraggio di commentare.

Aula di Don Milani a Barbiana
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3.Il viaggio di ritorno fu avvolto da un silenzio funebre. Tutto si presentava difficile: il posto era lontano, quasi al confine con la Calabria, non c’erano mezzi pubblici, la strada per la scuola non era agevolmente percorribile in auto, l’abitazione era priva dei servizi igienici, la pluriclasse era di venticinque alunni appartenenti a cinque classi diverse, esami di seconda, esami di quinta, ero nel periodo di prova, era prevista la visita ispettiva con la qualifica finale … e poi chissà le altre incognite!
Per i miei genitori era una sventura: la figlia doveva andare al fronte, in guerra, verso l’ignoto. Passato lo shock e l’insonnia dei primi giorni, capacitati che la sede era quella e nessun santo me la poteva cambiare, i miei cominciarono ad attivarsi. Mio padre decise, con notevole sforzo finanziario, di comprare una Seicento usata e di far patentare mio fratello (più piccolo di me) che mi avrebbe accompagnato ogni lunedì fino ad un certo punto, poi avrei proseguito a piedi, evitando così alla macchina di spaccarsi, e avrei chiesto l’aiuto dei padroni di casa.
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Sarei tornata a casa il sabato, prelevata sempre da mio fratello. I miei zii, artigiani, si offrirono di aggiustarmi le finestre, pitturarmi le pareti, di fare tutto ciò che era necessario. Prima dell’inizio della scuola questo progetto andò in porto.
A quella che doveva essere la mia stanza fu dato un minimo di dignità: tendine fiorate dietro ai vetri, due lettini con le belle copertine, i quadri alle pareti, un lampadario per finta (non c’era la predisposizione per accenderlo), la radio, il giradischi, l’angolo cottura e l’angolo dei … servizi igienici con il separé. Maria, la figlia dei padroni di casa, si offrì subito di dormire con me e di prelevarmi e di accompagnarmi quando sarei partita.
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4.Infatti, il giorno prima che cominciasse la scuola, Maria si fece trovare puntuale ad un punto che avevamo stabilito, sulla Sinnica, dove finiva l’asfalto e cominciava la strada interna. Mio fratello lasciò me, mia madre che venne per una settimana, e i bagagli. Per sdrammatizzare ci lasciò facendo delle battute spiritose.Maria venne a prelevarmi (e così fece per tutto l’anno, a titolo gratuito) col suo mezzo di trasporto: il mulo. Come portabagagli due grandi ceste, lunghe e strette, sistemate ai fianchi della bestiola; per sella una coperta piegata in quattro. Si poteva salirci sopra infilando il piede in una staffa. Caricammo i bagagli e percorremmo a piedi la strada fino alla scuola (due chilometri abbondanti). Il percorso, a tratti, era formato da sentieri impervi, da tratturi che attraversavano una altura e poi portavano su una strada pianeggiante che si diramava attraversando la contrada. Nei giorni di pioggia i sentieri si impantanavano, diventavano scivolosi a causa del terreno argilloso; il mulo restava a casa e bisognava camminare con gli stivaloni. La notizia della maestra giovane, che doveva risiedere in loco, fu accolta con gioia dalle famiglie, stanche della precarietà degli anni passati, quando i supplenti si alternavano ed il più delle volte la scuola rimaneva chiusa.
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Scuola di Barbiana - Aula di Don Milani
5.Il primo giorno di scuola, me lo ricordo come fosse oggi, un’ora prima dell’orario, erano tutti dietro la porta. Una folla! Venticinque bambini di età diverse, puliti, ben pettinati, con i quaderni pronti in mano. Venticinque mamme che mi scrutavano dalla testa ai piedi e si sgomitavano lanciandosi occhiate soddisfatte. Anche molti papà quel giorno non andarono a lavorare per partecipare all’avvenimento. Baciai senza remore tutti i bambini, strinsi le mani a tutti, e questa mia cordialità mi fece guadagnare subito la prima promozione sul campo, per simpatia e affetto. I banchi non bastavano per venticinque bambini. Per giunta si presentò una mamma con una bambina di cinque anni, Ninetta, per la prima da anticipataria. Non ero in condizioni di rifiutare e la accolsi. Seppi poi che quella era la famiglia più importante della contrada. Alcuni bambini presero posto intorno alla cattedra. Non c’era spazio sufficiente per muoversi.

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| Insegnare in una pluriclasse di venticinque bambini diventati ventisei, di età diverse, di cinque classi, richiede un impegno sovrumano. Molti argomenti si potevano trattare in comune, ma ogni classe aveva le sue specificità. Di grande aiuto mi furono i consigli che la rivista S.I.M. dedicava alle pluriclassi delle scuole rurali, ma molte strategie andavano trovate. Inoltrai domanda ed ottenni lo sdoppiamento ed allungamento dell’orario in antimeridiano e pomeridiano. Tale modalità organizzativa consentì di migliorare notevolmente le condizioni di insegnamento ed apprendimento. |
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6.Erano belli, buoni e studiosi i miei alunni. Mi accorsi che i genitori, quasi tutti analfabeti, avevano premura che i figli frequentassero. Le assenze erano inesistenti; nemmeno i più grandi venivano sacrificati per il lavoro nei campi.
Quello che maggiormente mi sorprendeva era non solo la costanza e l’ubbidienza, ma l’affiatamento tra loro. Non c’erano i bulli. Non si verificarono prepotenze nei confronti dei più piccoli. Non ricordo di aver mai alzato la voce. La scuola era tutto per loro e la vivevano come un privilegio. Non avevano alternative. Nessuno in casa aveva la televisione; non c’era la canonica; niente giocattoli. Non avvenivano nemmeno incontri tra loro per giocare perché le case erano distanti e la contrada era estesa. Dopo la scuola c’era il nulla. Questo attaccamento nei confronti della scuola giocava a mio favore, mi tranquillizzava perché il lavoro procedeva spedito. Tra i più piccoli, in prima, c’era Vincenzino.
Era minuto, biondo, gli occhi azzurri. Era timido e silenzioso, si vergognava ed arrossiva per niente.
Per lui parlavano gli occhi. Era molto bravo: imparò a leggere e scrivere in poco tempo. Quando incassava buoni voti, mi sfiorava la mano con una carezza oppure mi toccava un ciuffetto di capelli. Era il suo grazie. Quando le belle giornate lo consentivano, facevamo lezione all’aperto, tra le galline e le paperelle che, starnazzando, suscitavano risate a catena.
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7.Tutto si svolgeva sotto l’occhio attento del vecchio padrone di casa. Lui non andava a lavorare nei campi, quello era compito delle donne della famiglia. Lui era il custode del casolare. Sedeva sulla sommità della scalinata con il bastone in mano: mantello e cappello neri, incredibilmente consunti, i pantaloni sempre arrotolati e sostenuti da una corda. I due scarponi, diversi tra loro, erano allacciati con lo spago. Sembrava la trasfigurazione di un personaggio descritto da uno scrittore verista. I ragazzi lo chiamavano “zi’ Peppe”.
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8.Maria fu la mia salvezza. Diventò la mia guardia del corpo. Non solo dormiva con me e mi accompagnava quando dovevo partire, lei si preoccupava della mia salute. Si alzava di buon’ora mentre ancora io dormivo ed era sua premura portare la capretta dietro la porta e mungere direttamente nel tegamino il latte per la colazione. L’uovo caldo dovevo berlo davanti a lei. Spesso arrivava in casa con una cesta di arance del loro podere che spremeva per me in un grande boccale. Faceva tutto questo non perché fosse pagata o tenuta a farlo, ma perché si sentiva onorata di avere, quasi in consegna, la maestra. Aveva la forza di un uomo e la determinazione di un generale. Sollevava i pesi con disinvoltura e trasportava ogni cosa sistemandola sulla testa: giare, bidoni, bombole, fascine di legno, … Il suo corpo non scricchiolava sotto, ma si manteneva dritto e deciso come se sulla testa avesse delle piume. Pur essendo giovanissima, aveva già il viso solcato dal sole e dalla fatica. Mostrava il doppio dei suoi anni con quel fazzoletto che perennemente raccoglieva i bellissimi capelli, mossi e corvini, e che legava sulla parte alta della fronte.
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9.Una mattina arrivò a scuola una convocazione: tutti gli insegnanti dovevano essere presenti, nessuno escluso, il giorno dopo alle ore 9, alla sede centrale. Per me era un dramma! Maria mi tranquillizzò e mi disse che ci saremmo andate insieme con il mulo. Il mattino seguente ci alzammo all’alba, foraggiammo la nostra “fuoriserie”, sistemammo i famosi due cestoni che non dovevano mai mancare e partimmo. Poiché il sentiero era tutto in salita e il mulo andava guidato, Maria mi sistemò sul mulo. Mi aggrappai ai manici dei cestoni, mentre lei, a piedi, davanti alla bestiola, tirando le briglie lo guidava. Così proseguimmo a lungo, per diversi chilometri, fino in cima. Mi sentivo in colpa nei suoi confronti per il privilegio del mio posto a sedere, ma quelli erano gli ordini. Ci fermammo all’abitazione che i padroni di casa avevano in paese. Il mulo rimase fuori. Io mi diedi una sistemata e mi recai a scuola per assolvere ai miei doveri di insegnante. Maria sbrigò molte faccende in paese, per cui il viaggio di ritorno era previsto per il pomeriggio inoltrato. Facemmo il viaggio a ritroso, tutto in discesa, con la stessa sistemazione dei posti. Arrivati a valle, c’era ancora molta strada da percorrere, ma tutta pianeggiante. Maria era stanca e salì anche lei sul dorso del mulo, dietro di me. Il suo corpo e le sue braccia mi facevano scudo. Si procedeva adagio. Intanto si fece buio pesto. Fu l’unica volta che ebbi veramente paura: due ragazze sole nel cuore della campagna! La signora Carmela, la mamma di Maria, accese la luce grande sulla porta. Noi la vedevamo da lontano come un lumicino di candela, ma ci serviva da orientamento e ci permise di arrivare.
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10.Avevo organizzato le giornate in modo da avere pochi tempi morti, perché rimanere da sola mi spaventava da morire (questo mi accadeva anche a casa ad Altamura).

Oltre alle ore scolastiche previste, misi su una biblioteca di libri per ragazzi, offrii la mia disponibilità a chi ne avesse avuto bisogno, preparai i turni per la pulizia e l’addobbo dell’aula, organizzai le recite per Natale e fine anno scolastico. Un ragazzo di diciotto anni, “Peppnidd”, si fece aiutare da me a studiare il libretto per la patente. Insomma creai del movimento
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11.Però i momenti di solitudine non mancavano. Così per non rimanere da sola, me ne andavo con Maria a raccogliere le ghiande nel boschetto, oppure portavamo le due mucche al pascolo. A me era affidata la mucca “Primavera” ed io dovevo sollecitarla con una canna e gridare “Bruscc, bruscc!!”.

Oppure seguivo la mia guardia del corpo al ruscello che distava cinquecento metri dal casolare. Un posto rigoglioso e verdeggiante. Qui si attingeva l’acqua da portare a casa, si portavano gli animali ad abbeverare, si allagava l’orto con l’acqua del pilone che fuoriusciva togliendo un tappo. In questo pilone Maria faceva il bucato. D’inverno l’acqua era gelida. La biancheria veniva insaponata e poi picchiata con un bastone di legno, strizzata e riposta in un grande cesto che sistemava in testa con eleganza e trasportava spedita verso casa. Da questo posto, nei giorni limpidi, si intravedeva il mare.
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| Pur di non rimanere sola e con la scusa che volevo imparare, seguivo Maria quando doveva impastare. Poiché di giorno si andava a lavorare nei campi, si alzava alle tre di notte ed io con lei. La madre era già all’opera con l’acqua calda. Si andava nel locale deposito che fungeva da grande dispensa. Qui c’era tutto l’occorrente. La farina da impastare era una montagna, per cui occorrevano quattro braccia. Le due donne erano decise nei movimenti e finché la farina non diventava pasta, le mani non si fermavano. Io mi limitavo a guardare e a porgere gli oggetti. Intanto passavano un paio d’ore, si faceva l’alba e con la luce del giorno passava pure la paura. Mi rimettevo a letto per recuperare un po’ di sonno. |
| La signora Carmela sapeva togliere il “malocchio”. Questa pratica era diffusa nella zona. Un giorno avevo un banale mal di testa. Carmela si allarmò: qualcuno aveva fatto il malocchio alla maestra. Senza perdere tempo, scese da casa sua con una bacinella colma d’acqua. Io dovevo reggerla. Mi mise le mani sulla testa, farfugliò strane parole e poi mi ordinò di andare a versare subito quell’acqua nella voragine a dieci metri dalla casa, dove andavamo a buttare le acque sporche. Facevo tutto allegramente, anche queste stranezze pur di stare in compagnia. |

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12.Una sera ebbi un incidente in casa. Era febbraio. La mamma di Ninetta, la bambina anticipataria, venne di persona ad invitare me e Maria per le 20,30. C’era il festival di Sanremo. Era l’unica famiglia (che io sapessi) a possedere il televisore. L’invito fu accolto con gioia. Mentre Maria era su in casa a preparare la cena per tutta la famiglia, che finalmente si riuniva a sera, io preparai la mia, molto frugale: un uovo al tegamino. Avevo un padellino piccolo con il manico lungo. Vi versai l’olio che cominciò a friggere. Ad un tratto traballò sul fornello. Con un movimento brusco lo afferrai con la mano per non farlo versare, ma l’olio bollente schizzò fuori con violenza finendomi tutto sul viso. Mi ustionai. Chiamai Maria, ma accorsero tutti. Il viso mi bruciava e qualcosa si doveva fare. Avevo, in dotazione, una cassetta di pronto soccorso dove c’era una pomata per le punture degli insetti. Mi svuotarono tutto il tubetto sul viso. Comunque decisero di portarmi in paese dal medico e si attivarono per trovare il mezzo di trasporto.

Dopo dieci minuti, fuori c’era già una vecchia macchina col guidatore. Come Dio volle, in quattro, arrivammo al paese. Pur essendo già le 22, il medico ci accolse in casa. Quando mi vide così impiastricciata, non volle metterci mano, non conoscendo l’entità della scottatura e poiché apprese che il sabato tornavo a casa (era già giovedì), mi consigliò di farmi curare dal mio medico. Dopo quella inutile sfacchinata, tornammo a casa e mi misi a letto. Scartai l’idea di cercare di avvisare i miei (come?) e mi rassegnai ad aspettare il sabato. Il giorno dopo la scolaresca era al completo. Mi feci trovare in piedi. I bambini si spaventarono, qualcuno cominciò a piangere, Vincenzino si strinse forte a me. Finì che piansi anch’io, peggiorando la situazione. La crema cominciava a sciogliersi e a gocciolare. Maria mandò via tutti i bambini e mi rimisi a letto dopo aver tamponato il gocciolio. La notizia dell’incidente volò come un fulmine, per cui dopo qualche ora cominciò una processione di gente che venne a farmi visita. Oltre ai genitori vennero pure persone che non avevo mai visto. La visita era accompagnata dai doni. Nessuno veniva a mani vuote. Mi portarono di tutto e di più. Avevo derrate alimentari per due mesi! Maria mi spiegò che la solidarietà, in caso di “tragedie”, da loro si manifestava così. Poiché mi sembrava sproporzionata tutta quella “regalia” per una scottatura (in fondo non stavo morendo), mi convinsi che sproporzionata era la generosità di quella povera gente per me. Mi volevano bene: per come mi comportavo, sembravo più una di loro che una forestiera. Finalmente arrivò il sabato e trovai mio fratello ad aspettarmi. Nel vedermi così conciata gli prese un colpo e per l’agitazione, durante il ritorno, sbagliammo strada e finimmo sulla statale per Taranto invece che per Matera. Mi assentai giusto il tempo per rendermi presentabile. Fu festa quando rientrai perché ritornava la normalità. In casa però trovai una sorpresa: un topo, in mia assenza, si era stanziato nella mia stanza, lasciando le sue “tracce”. Avevo sempre avuto una vera e propria fobia per i topi. Maria trovò subito il rimedio: dormire con il gatto in casa. Quella notte sentii strani suoni emessi dal gatto; al mattino tracce di sangue in un angolo certificavano che la “derattizzazione” era stata eseguita.
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13.Col passare del tempo diventati autonoma, più sicura, e imparai a muovermi da sola in tutta la contrada. Restituii la visita a quasi tutte le famiglie. Mi impressionò molto la casa di “Peppnidd” e delle sue due sorelline mie alunne: un’unica stanza per nove persone, tre letti grandi e il tetto coperto dalle frasche. Erano lì, tutti insieme, felici e sorridenti, pronti ad offrirmi il caffè. La fine dell’anno scolastico arrivò velocemente. Tutto si svolse secondo il copione stabilito: visita ispettiva, meritata qualifica, esami di seconda, esami di quinta, e, per concludere, la recita di fine anno che provocò la commozione generale. Le lacrime furono versate in quantità; gli abbracci interminabili.
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14. Insegnai a Santa Laura solo quell’anno. Ad Altamura furono istituite le classi differenziali, per le quali era richiesto apposito titolo di specializzazione e l’impegno a rimanervi per un quinquennio. Io avevo quel titolo, per cui tornai a casa. L’esperienza di quell’anno mi cambiò profondamente. In meglio. Quello che avevo dato non era minimamente paragonabile a quello che avevo ricevuto. Avevo imparato a sbrigarmela da sola, vinto le mie stupide vecchie paure, affrontato e superato la sfida professionale con me stessa. Avevo imparato a guardarmi intorno per capire gli altri scoprendone la genuinità, ad accontentarmi di quello che il Cielo mi aveva dato; avevo imparato ad apprezzare la gente umile che, pur non possedendo niente, aveva dentro quella grande ricchezza di umanità e generosità, difficili da trovare in individui che affogano nel benessere e trasudano egoismo. Questo mi ha insegnato la brava gente di … “Rotondella – contrada Santa Laura”. A distanza di quarantuno anni, ancora li ringrazio.

Estate 2007
Imperia Farella
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