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VESCOVO PACIELLO ALLE SCUOLE DELLA DIOCESI PDF Stampa E-mail

LETTERA DEL VESCOVO PACIELLO ALLE SCUOLE

Educare, impresa difficile

Educare è bello

Educare è amare

Insieme e nella verità

La nostra missione

2 ottobre: SS Angeli Custodi  Festa dei Nonni

       Ai Signori Dirigenti e Docenti delle Scuole di ogni Ordine e Grado che sono in Diocesi

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1 ottobre 09 - San Remigio

Il Vescovo Mario Paciello Saluta gli alunni della scuola San Francesco d'Assisi in attesa di incontrare il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano davanti alla Cattedrale di Altamura

Carissimi,

l’imminenza di un nuovo anno scolastico mi porta a pensare più intensamente a voi, per condividere i sentimenti e le preoccupazioni che suscita la vigilia di una nuova tappa del vostro impegno per la formazione culturale, intellettuale, morale dei ragazzi e dei giovani a voi affidati.

Per quanto matura sia la vostra esperienza, ritengo che ogni anno scolastico, come il rapporto con ogni alunno, sia un’esperienza sempre nuova e irripetibile, che si affronta tra timori, insicurezze, paure e speranze.

Educare, impresa difficile

L’educazione dei giovani è stata un’impresa difficile in tutti i tempi. Oggi, pur potendo usufruire del grande sviluppo e della ricchezza di conoscenze delle scienze umane, l’opera educativa sembra ancora più complessa o addirittura inutile.

Insuccessi, delusioni, sordità degli educandi, diversità di linguaggio possono portare ad atteggiamenti rinunciatari o rassegnati. La colpa di questo stato di cose non è né dei giovani, né degli adulti o degli educatori, ma della diffusa atmosfera che tutti respiriamo.

Educare è bello

Educare un uomo o una donna è l’opera d’arte più difficile che si possa realizzare.

Accompagnare con amore una creatura nel suo cammino di sviluppo psichico, affettivo, intellettuale, relazionale, spirituale, rispettando la verità e la libertà della persona, è la più preziosa eredità che si possa lasciare alla società e alla storia.

L’educatore è un artista in costante ricerca di formazione e di perfezionamento di se stesso, nella difficoltà di poter sapere quali sono, oggi, i canoni della bellezza.

Ma è proprio il calo di certezze essenziali, la diffusa cultura individualistica e relativistica a determinare l’urgenza dell’impegno educativo e la domanda di un’efficace e chiara offerta pedagogica da parte dei genitori, degli insegnanti, delle istituzioni.

Riduzioni che deformano

Purtroppo, ci sono nell’aria del comune modo di pensare fenomeni di “riduzione” che le cronache presentano come segni e fattori di sviluppo della coscienza.

C’è, infatti, la tendenza a ridurre la verità a opinione soggettiva; il bene all’utile; il bello a sensazione emotiva: è bello ciò che piace.

In questo diffuso smarrimento, proliferano l’autodeterminazione assoluta, il livellamento in basso degli obbiettivi formativi, lo scadimento della vita sociale, il rifiuto del dialogo educativo, l’individualismo chiuso ad ogni relazione o dovere, l’incapacità o l’indisponibilità a “pensare”, il rigetto a scatola chiusa di tutto ciò che viene dal passato, l’accoglienza acritica dei messaggi invasivi e persuasivi dei media, la libertà intesa non come dono da usare con saggezza, ma come espressione dell’io che non deve rendere conto a nessuno del proprio agire.

Insieme e nella verità

In questo ciclone l’educatore non può restare solo. È necessario che ravvivi la propria passione per l’impegno educativo, convinca la famiglia ad essere comunità educante, senta il dovere di unirsi ai colleghi per l’autoformazione.

Verso gli educandi è indispensabile favorire la cultura dell’incontro, recuperare l’ascolto personale; trasmettere i valori del passato senza avere paura del nuovo; inculcare nei giovani la fatica di pensare; far prendere loro coscienza che educazione e formazione non è solo apprendimento; che “culturale” e “spirituale” non si contrappongono, perché fede e ragione si illuminano a vicenda.

Educare è amare

Per conseguire risultati così importanti e difficili è necessario che l’educatore metta a fondamento della relazione educativa: vicinanza, - fiducia, amore verso ogni educando,

- gratuità e sollecitudine nella propria disponibilità,

- autorevolezza, frutto di esperienza, competenza e coerenza di vita.

Solo educatori autorevoli non cadono in pericolose deviazioni autoritaristiche o permissivistiche; educano giovani veramente liberi, consapevoli che senza regole non si forma nessun carattere, né si diventa capaci di scelte responsabili.

Camminiamo nella speranza

Tutto questo può sembrare utopistico: non è così!

Se superiamo la tendenza all’autoreferenzialità; se cerchiamo di rendere la scuola una casa accogliente; se investiamo tempo e interesse per la formazione degli educatori; se lavoriamo in tandem all’interno del Collegio dei Docenti, con le Famiglie, con la Chiesa e la Società; se facciamo al mondo giovanile proposte alte e degne; se chiamiamo ogni cosa col proprio nome, senza ipocrisia e secondo verità; se educhiamo con ciò che siamo più che con quello che diciamo, è possibile imprimere orme di verità e di libertà nelle nuove generazioni.

Insieme con le famiglie, la Chiesa, le associazioni culturali o interessate all’infanzia e ai ragazzi, è possibile alzare la voce contro chi diseduca i giovani per interessi consumistici o economici; è possibile progettare nuovi luoghi, mezzi, forme di espressione, di incontro, di divertimento, di vita, di impegno.

La nostra ricchezza

I giovani sono un potenziale di valore incalcolabile di cui essi stessi non hanno coscienza.

Corrono il rischio di vivere di espedienti, di sensazioni, di attimi fuggenti, solo perché non hanno idea di quale tesoro sprecano per cose futili e senza senso.

Alcool, droga, sesso, violenza, malavita, infatuazioni per rock star, non sono la causa della rovina di una gran parte dei giovani, ma segno di un vuoto non riempito da valori veri; rifugio di una solitudine alla quale non diamo importanza; tentativo allettante di fuggire da malesseri interiori, familiari o sociali; fruizione piacevole di opportunità offerte da una società permissiva.

Ma i giovani non sono tutti smarriti: politecnici, centri di ricerca, accademie, seminari, parrocchie, associazioni di volontariato, conservatori, oratori, posti di alto impegno e di grande responsabilità, monasteri, centri di spiritualità, luoghi di studio e di lavoro, famiglie sane pullulano di fiori di adolescenti e di giovani che danno il meglio di sé nel sapere, nella scienza, nell’arte, nella ricerca, nella formazione, nel servizio all’uomo, nell’adempimento del dovere.

È nostro compito promuovere e additare questi modelli perché suscitino l’emulazione dei loro coetanei.

La nostra missione

Dunque, non partiamo con la sconfitta in tasca e con la rassegnazione in testa.

L’amore ai giovani, la responsabilità della formazione degli uomini e delle donne di un domani prossimo, la bellezza della missione che ci è stata affidata ci interpellano.

Come padre ed educatore, sento la responsabilità e l’urgenza di condividere preoccupazioni, desideri e progetti a favore dei ragazzi e dei giovani.

Quanto a me, rinnovo la mia disponibilità e resto nella fiducia che questa lettera segnerà l’inizio di un fruttuoso dialogo.

Vi auguro un anno di lavoro sereno e fecondo, vi assicuro che prego per voi e per i vostri alunni e vi benedico paternamente.

Dal Palazzo Vescovile, 5 settembre 2009

 
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